martedì 9 agosto 2011

mercoledì 3 agosto 2011

A Tree Grows In Pissin



Mi sono domandato, perché non pubblicare i video anche sul blog???

lunedì 25 luglio 2011

Paranoia


Devo scappare, devo fuggire, devo trovare un posto sicuro dove nascondermi, se mai possa esistere un luogo del genere.

Dove posso andare, mi raggiungerà ovunque io sia, niente basterà a tenerlo lontano da me, nessuna distanza sarà abbastanza grande da separarci.

Vedo solo ghiaccio, solo un'immensa distesa bianca e fredda, niente dove ripararsi, cosa ne sarà di me, cosa ne sarà stato degli altri?

Non riesco più a correre, l'aria nei polmoni brucia e le gambe non riescono più a reggermi, forse, è anche colpa del peso che porto dentro, della colpa che mi devo assumere. Io sapevo cosa stavamo per fare, anche se non immaginavo che sarebbe successo per davvero. Mio dio cosa abbiamo fatto?

Non ho più speranza, non riesco più a muovermi, mi fermerò qui e mi assumerò le mie responsabilità e pagherò per i miei peccati. Ma come è potuto accadere? Tutto ci è scivolato di mano, è stato un attimo, tutto si è svolto troppo in fretta.

Non avrei mai dovuto dar ascolto a quel folle, io sono una persona razionale, come ho potuto farmi trascinare in questa pazzia,? Forse, pensavo fosse solo un gioco, una curiosa analisi del mondo, alla fine poteva sembrare un innocuo modo per vedere cosa ci fosse oltre a noi, esseri umani.

Mi sbagliavo, ho fatto il peggior errore della mia vita, come fa una persona ad essere così stupida, così imprudente, con certe cose non bisogna scherzare. È iniziato nel modo più innocente possibile, nessuno avrebbe immaginato che sarebbe degenerata a tal punto.

Inizialmente erano incontri in cui si discuteva filosoficamente sulla vita, sulla religione e sulla natura in genere che ci circonda, senza nessuna pretesa di azione, senza nessuna voglia di scoprire verità assolute, senza nessuna intenzione di intraprendere sentieri oscuri e sconosciuti, erano semplici elucubrazioni mentali. Che grosso errore stavo commettendo.

In seguito, quel pazzo, quell' uomo dalla natura perversa, acquistò e studiò volumi blasfemi scritti da mani incoscienti. Prese spunto dalle sue letture e cominciò a sperimentare le più orribili nefandezze, iniziò a teorizzare metodologie raccapriccianti e io lo seguii nei profondi meandri del proibito dove la luce non è più neanche un fioco bagliore e dove nessuno aveva più osato avventurarsi da eoni.

Avevamo, comunque, ottenuto dei risultati, le nostre ricerche malate ci avevano condotto ad osare verso l'altezza, verso le alte quote, così decidemmo che il principio di ciò che sarebbe dovuto essere il nostro sogno, sarebbe stato il rifugio Torino e avrebbe avuto come cornice, come unico testimone del nostro ardire la catena del Monte Bianco.

Quale pazzia mi ha spinto a salire su quella funivia? Eppure, alla stazione della Palud ho avuto modo di riflettere, di pentirmi della mia scelta, ma le parole del mio scellerato compagno mi avevano nuovamente ammaliato con promesse di eterna gloria, come se a lui importasse la vita di due miseri esseri umani, che stupido e ingenuo sono stato.

Abbiamo passato la giornata a raggirare il gestore del rifugio, abbiamo ingannato la guida alpina che ci ha portato a vedere il Ghiacciaio del Gigante indicandoci le punte, come se fossimo semplici turisti, abbiamo preso in giro gli altri avventori mostrandoci loquaci. Quanta falsità e ipocrisia c'era nei nostri racconti e nelle nostre parole, nessuno immaginava la follia dei nostri gesti futuri.

Si sta avvicinando, lo sento, percepisco tutta la sua empia e blasfema follia, però non lo vedo, dove sarà? Non sono al sicuro, dovunque andrò mi troverà, non riuscirò mai a scappare a sufficienza, sono condannato. Sta avvenendo quello che è avvenuto nel rifugio, quella cacofonia di suoni sempre più forti e quel sordo cupo rombo sono sempre più forti, sta arrivando la fine.

Perché non ho fermato quello squallido individuo quando ho potuto, perché ho lasciato che portasse a compimento quell' atto scellerato e immondo, perché ho avuto così paura di quello sguardo, di quegli occhi malvagi?

Sono restato a guardare mentre il tributo di sangue veniva offerto a... quel nome, quel ignobile nome, non riesco neanche a pronunciarlo, solo pensarlo evoca crudeltà inimmaginabili e terrori sepolti nella vastità del tempo, non riesco a sopportare visioni tanto distruttive.

Davanti ai miei occhi è stata compiuta una carneficina di vite innocenti maciullate nei corpi e stuprate nelle anime senza che potessi far nulla, se non fuggire. Poi ci sono state quelle grida, quelle urla, quelle parole irripetibili come primo saluto a quel abominio.

Come ho potuto permettere che tutto ciò avvenisse? Come ho potuto essere così stupido e sprovveduto? Perché non ho fatto nulla per fermare questo scempio? Chi mai potrà fermare le forze che abbiamo scatenato?

Ora riesco a vederlo in tutto il suo orrore, ogni sua singola cellula emana ribrezzo, resta solo una caricatura bestiale di quello che poteva essere un uomo. Si avvicina velocemente e io non ho più forza per scappare, ma non lascerò prendersi anche la mia vita senza resistere, devo provare a fermarlo per espiare le mie colpe e i miei errori.

La fine di tutto è arrivata.


mercoledì 4 maggio 2011

Confessioni


Lo andai a trovare in ospedale, avevo ricevuto la notizia del suo ricovero un paio di giorni prima, ma non avevo ancora trovato il coraggio di andarci. Il nonno aveva settantaquattro anni e stavo temendo per il peggio, la nonna mi aveva accennato ad un ulcera o, forse, un tumore allo stomaco, non aveva capito bene, era confusa e preoccupata.

Il sole, fuori, era tramontato quando mi affacciai sullo stipite della porta della sua camera. La stanza era illuminata da un neon al centro del soffitto, una luce fredda, incolore e pallida che rendeva ancora più smorto quel corpo adagiato sul letto, un fioco ricordo della forza che aveva avuto una volta. L'abbronzatura, le larghe spalle e le braccia robuste, ottenuti col lavoro all'aria aperta, il ventre prominente e il sorriso, dovuti alle serate bevendo vino con gli amici e gli occhi chiari, orgogliosi e vispi, conseguenza di una vita portata avanti secondo principi appresi sulla propria pelle, erano svaniti, erano stati sostituiti da un involucro scheletrico, costretto all'immobilità di un letto.

Quando mi vide gli si inumidirono gli occhi, aveva uno sguardo misto tra gioia e dolore, abbassai la testa, non riuscii a sostenerlo, non restava nulla dell'uomo che avevo ammirato, nemmeno l'ombra della persona che era stata un tempo.

Lo salutai avvicinandomi al letto e il nonno biascicò un sussurro: “Ti ricordi quando andavamo a Punta Helbronner?”.

Si me lo ricordavo.

Ogni anno il sedici giugno il nonno mi portava lassù. Arrivavamo alla stazione de La Palud sempre mezz'oretta prima dell'apertura della biglietteria, eravamo i primi a salire sulla cabina della funivia. Arrivati in cima andavamo al rifugio Torino a fare colazione, bevevo sempre un bicchiere di latte caldo, perché, anche d'estate, faceva freddo.

Andavamo lassù, tra le cime più alte delle Alpi, immersi in quella cornice di rocce, neve e ghiacci, per portare i fiori sulla targa che commemorava i caduti durante la costruzione della Liaison, la tratta che collega Punta Helbronner a l'Aguille du Midi. Il nonno e suo fratello avevano lavorato alla posa dei cavi, quando erano giovani, ma, soltanto uno, era tornato a casa ed era invecchiato, l'altro era rimasto lassù a riposare dove tutto resta in eterno.

Il giorno in cui il mio prozio morì, i due fratelli si trovavano sul Gros Rognon, dovevano fissare le tesate per il pilone aereo, l'unica soluzione possibile per coprire i tremila e trecento metri di campata sul ghiacciaio. Accadde li ,tra quei luoghi tanto maestosi quanto ostili, l'incidente che portò il nonno a perdere suo fratello, una fatalità, una caduta e una corda di canapa troppo usurata, decretarono lo spegnimento dell'ennesimo giovane alpinista.

Sorrisi ripensando alle belle giornate passate dove una volta soltanto pochi arditi avevano la fortuna di arrivare, ma non venne ricambiato, il vecchio volto di mio nonno si scurì, iniziò a piangere e a urlare: “ Sono stato io, sono stato io...”

Non capivo cosa stesse succedendo e non riuscivo a tranquillizzarlo, era come impazzito, decisi di andare a chiamare un'infermiera, ma una debole mano mi cinse il polso e mi bloccò. “Sono stato io a ucciderlo” uscì tra i singhiozzi.

Pianse a lungo, continuò finché non si stancò troppo e col viso arrossato dalle lacrime si addormentò. Restai a guardarlo dormire, non riuscivo a credere a quello che mi aveva detto, rimasi incredulo.

Quando uscii dall'ospedale il sole stava sorgendo, ma non avevo sonno, ero sconvolto, continuavo a pensare alla confessione del nonno, non sarei più riuscito a vederlo come prima se non avessi chiarito la faccenda.

Andai a trovare la nonna, dovevo sapere se conoscesse qualcosa di quello che era accaduto ad alta quota. Si stupì di vedermi a quell'ora del mattino e si stupì ancora di più quando le raccontai quello che era successo la sera prima, non volle credermi, ma iniziò a raccontarmi la storia della casa dove ci trovavamo, della cucina dove eravamo seduti.

Era stata costruita nel millenovecentotrenta dal padre di mio nonno, il mio bisnonno, pietra su pietra, col sudore della sua fronte, dopo essere arrivato in Valle d'Aosta fuggito dalla fame e dalla povertà del suo paese. Era l'unica cosa che possedessero durante la guerra e l'unica cosa che gli restasse dopo, ma nel millenovecentocinquantasette la perdettero.

Il fratello del nonno l'aveva impegnata per ottenere un prestito da uno strozzino, aveva dei debiti di gioco che non riusciva a pagare. Arrivato il giorno di restituire i soldi all'usuraio questo non si fece trovare, il denaro non venne consegnato alla data stabilita quindi non fu rispettato il patto e il presta soldi venne in possesso della casa legalmente, come pattuito dal contratto.

Il bisnonno si vide portare via la sola cosa che fosse riuscito a costruire, il frutto di anni di lavoro e sacrifici, senza poter far nulla per evitarlo. Non lo sopportò, non riuscì a trovare un senso all'esproprio, non ebbe il coraggio di ricominciare, fu trovato impiccato il quindici giugno in cucina, appeso al trave che anni addietro aveva piallato prima di posarlo sul muro portante. Non lasciò scritto niente, nessuna parola, lasciò solo uno sguardo perso nel vuoto.

Il nonno ne rientrò in possesso vent'anni dopo, fece di tutto per riacquistarla, era ossessionato dal fatto di doverla riavere, di onorare la memoria di suo padre e della sua opera. Non poteva sopportare che qualcun altro vivesse nella casa costruita dalle mani che avevano creato anche lui, nella casa dove aveva passato la sua infanzia, nella casa dove aveva passato dei momenti felici.

La nonna, però, non sapeva nulla di quel fatidico giorno sulla cima delle Alpi, non sapeva nulla di quello che era successo tra i due fratelli.

Il nonno morì due settimane dopo e io non ebbi mai il coraggio di chiedergli di raccontarmi quello che successe, non volevo farlo soffrire riportandolo a quei giorni e alla fine non volevo, neanche, credere che fosse stato in grado di compiere un atto tanto crudele. Continuo a domandarmelo, ma non otterrò mai una risposta, potrò solo fare delle supposizioni.


lunedì 27 settembre 2010

Esperienze


In un impeto di pazzia e sovrumana ispirazione mi sono spinto oltre qualsiasi umana percezione e, superata ogni barriera dell'umano pensiero, quasi a toccare l'intero scibile.

Volevo scrivere qualcosa di raggiante, incoraggiante e, oltremodo, per non dire oltretutto, struggente, quasi sicuramente un'opportuna intransigente opera prima, magari accontentandosi, anche, di una seconda.

Le lettere avrebbero formato le parole, queste ultime le frasi e così via, fino ad ottenere l'inconsueto e travolgente composto che avrebbe espresso e, perché no, addirittura, in un momento di fine modestia, insegnato al resto dell'umanità una verità ultima per non dire suprema.

Ritornato alla lucidità della giornaliera routine, solo un unico e singolare quesito è rimasto di una miriade di nozioni e risposte ottenute: quindi???


mercoledì 12 maggio 2010

Fatti miei

Meno male che ho cancellato il mio account da facebook...
http://www.enzodifrennablog.it

mercoledì 31 marzo 2010

Minacce

Viviamo in un mondo difficile, su un pianeta ostile che tende a rendere la vita impossibile.

Ogni giorno combattiamo per cercare di sopravvivere e ogni giorno immancabilmente veniamo sopraffatti dall'odio intrinseco di ogni creatura che incrociamo sulla nostra strada.

Non c'è luogo dove rifugiarsi, non c'è angolo sperduto che riesce a nasconderci, le minacce arrivano da ogni direzione, arrivano dall'alto e persino dai luoghi più inimaginabili.





lunedì 29 marzo 2010

Papere

Ci si deprime inutilmente ed egregiamente, mentre si resta a guardare questa primavera di illusioni che arriva a toccare apici di falsità e ipocrisie. Non un bagliore di luce attraversa l'oscura coltre di nubi, non un misero raggio di sole perfora la cortina nubica, non uno sprazzo di cielo azzurro si intravede nella grave immensità grigia che preme nella sua altitudine.

In queste giornate all'insegna dell'inquietudine, nell'accezione più alta del suo significato, l'unica cosa che resta da fare è dedicarsi alla lettura del poeta dalle mille risorse, del fantino di capre, del terrorista della penna o della pena, a seconda dei casi. Molte volte, in effetti, uno potrebbe o meglio dovrebbe dedicarsi ad altro, ma questa è una delle mie attività preferite, quindi mi diletto a esorcizzare i miei problemi rifacendomi su chi ne ha avuti di peggiori, ovvero il così detto sfonda matite poeta chirghiso Aligolok Barganov.

Questa poesia è tratta dal periodo “naturalistico”, conosciuto anche come periodo “delle papere”. Potremo notare, di seguito, come il giovane scribacchino si stupisce della visione del creato.

Papere

adagiato sull'erba guardo le calme acque

sereno sott'al sole contemplo tutt'il fiume

papere navigano placide “ma che belle”

“quelle non son papere ma germani reali”

or interviene acido il naturalista

sabato 27 marzo 2010

Buio

Buio.

Dolore.

Sto sognando.

No, sono sveglio.

Dove sto andando, ma quella è mia sorella?

Ah la casa di mia nonna in campagna.

No, il demone del viaggio... lasciami stare, non voglio partire, sto bene qui. Vattene, ti schiaccio la testa, bastardo non ti riesco a prendere.

Hanno suonato alla porta.

Buio.

Perché.

Cosa c'è.

Hey feb mi ordini una birra, no non ho voglia di andare a Parigi... perché non stiamo qui?

Cazzo ancora quel gatto che mi entra in casa, no Ska piantala di corrergli dietro.

Potrei avere un bicchiere d'acqua ho la gola secca, me ne dai un altro, continuo ad avere sete.

Buio.

Chi sei?

Dove sono?

Il bosco delle fate, che figata che è, proprio bello. Ma dove mi stai portando?

Sangue per il dio del sangue, nostro signore Korne. Ti mangerò il cuore figlio di troia.

Ciao come va, stai bene... ma dove sei finita non ci sei più, dove sei? Torna ti prego.

Il treno va, va, chissà quando mai si fermerà.

Buio.

Dolore.

Mal di testa.

Hey, hey, dai dai, una sega qui, non mi sembra il caso, ma se insisti, vai tranquilla.

Il genio della lampada, quattro addirittura, no uno è Pippo.

Buona la frutta, dove l'hai presa, è grossa. Nonna non mi fai più la macedonia?

Secondo me le perifrastiche passive non hanno senso, ti sembra che si possano utilizzare in una frase, ma se so a malapena usare l'indicativo presente.

Buio.

Perché?

C'è qualcuno?

Non vedo perché non dovrei staccarle la testa con un colpo netto, non sono mai stato insultato così in malo modo, mi pare ovvio che la precedenza è mia, non comprendo su quali basi si fondino le sue opinioni.

Le galline mi fanno paura, mi sembrano un po' grosse.

Buio.

Fa freddo.

Dove sono?

Mi spieghi perché ti ostini a bruciare larice? Lo sai che la resina sporca il camino, devi pulirlo ogni 3 mesi, poi non lamentarti se ti prende fuoco, mi sembra il minimo che possa accadere.

Cazzo, “ Under the bridge “, non so “ Wish you were here “, “ One “ forse, devo pisciare, non ci riesco, non ci riesco.




Simone si svegliò, stava sudando.

Incominciò a guardarsi attorno, il buio era l'unica cosa che si vedeva.

La vista piano, piano iniziò ad abituarsi alla mancanza di luce. Non riconobbe il luogo in cui si trovava, ogni sagoma e ogni ombra che iniziavano a delinearsi non gli appartenevano.

Un terrore iniziò a insinuarsi nelle viscere, doveva andare in bagno.

Cercò di alzarsi.

Provò a muovere un braccio, una mano.

Non ci riusciva.

Mille dubbi torturarono la sua mente, cosa stava succedendo, cosa cazzo stava succedendo.

Ora, davvero era terrorizzato, aveva paura.

Un sorriso brillò nell'oscurità e un ombra iniziò ad avvicinarsi.

'' Ora ti mostrerò qual è il vero dolore.''

Furono le ultime parole che udì.


venerdì 26 marzo 2010

Ci Sono Rimasto Sotto

Alla fine, grazie ad una inettitudine intrinseca radicata nel mio essere, di nuovo ci rimango sotto. Dubito, anche, di una ripresa, ormai reagire risulta impossibile, opporsi ad un qualsiasi cambiamento diventa difficile, quindi, brindo alla vita, forse con eccessivo zelo, ma, sicuramente, con ottimi risultati, visto l'andazzo preso e i ragguardevoli aberranti episodi di ubriachezza molesta.

Sicuramente sono rimasto sotto, ma non ricordo più qual'è il motivo scatenante di tutta questa apprensione nei riguardi della vita, forse lo stato di incoscienza che mi accompagna per la maggior parte della giornata non aiuta a capire le cause di questo malessere, generalizzato a tutto ciò che mi circonda.

In questi istanti stanno succedendo cose veramente strabilianti. La prima è il continuo ritorno della frase: “Questa volta ci sono rimasto sotto”. La seconda è che sinceramente non capisco cosa significhi questa massima o vaccata, a seconda dei punti di vista.


sabato 16 gennaio 2010

Per La Serie "Siamo Malvagi"

Morte

Un' immensa pianura si stagliava ai piedi della collina su cui mi trovavo. Era schierato un esercito che avrà contato centomila unità e di fronte ad esso c'era un solo uomo. Solo silenzio si poteva udire. Il vento scompigliava i capelli di quel uomo solitario, vestito di un armatura vermiglia. Passarono ore prima che si potesse percepire il minimo movimento, tutto era immobile, le gocce di sudore sui visi dei soldati brillavano al sole e l'odore della paura si sentiva a chilometri di distanza.

Un urlo inumano, che sembrava venuto dalle profondità degli abissi, che pareva uscito dalla gola della creatura più immonda mai immaginata da essere umano, che risultava insopportabile e insostenibile per ogni orecchio, ruppe il silenzio e l'uomo solitario brandendo la sua ascia iniziò a correre verso il suo nemico. L'esercito restò immobile terrorizzato da una tale furia, aspettando di incassare la carica di quell'animale impazzito.

Una cacofonia di rumori metallici e urla di dolore regnava ora in tutta la valle. L'armatura rossa si scorgeva in mezzo all'esercito e dietro al suo passaggio restava solo una moltitudine di cadaveri smembrati, niente si muoveva più.

Ero rimasto rapito dal massacro a cui stavo assistendo e il tempo sembrò passare rapidamente come se fosse successo tutto in un attimo: terminato lo scontro l'unico ad essere rimasto in piedi fu il cavaliere solitario. Ora era di nuovo immobile con lo sguardo fisso verso l'orizzonte, resto così per alcuni minuti, poi si incamminò senza voltarsi, come se non fosse accaduto nulla.

Alla vista di una tale carneficina capì che non aveva solo maciullato i loro corpi ma aveva anche stuprato le loro anime.


giovedì 7 gennaio 2010

Metrack

Il sole sta incominciando a sorgere.

I primi raggi superano la coltre di nebbia e il cielo inizia a colorarsi di azzurro. Tutto ciò che mi circonda inizia a diventare di un colore acceso.

I rumori sono ovattati, ovunque regna il silenzio. Il suono dei miei passi si disperde nel quartiere ancora addormentato.

Solo i netturbini sono già all'opera, il loro riposo arriverà più tardi.

Sono le 5, il treno arriverà alle 5 e 15.

Mi avvicino alla biglietteria automatica: silenziosa inghiotte i miei soldi e tra mille suoni meccanici espelle il suo biglietto. Oblitero il prodotto della meraviglia della tecnologia e mi avvio verso il sottopassaggio.

Questo luogo, perennemente illuminato con luce artificiale, porta sulle sue pareti testimonianze di migliaia di persone: alcune sono volgarità, altre sono opere d'arte. Ci sono messaggi d'amore e semplici ricordi di vacanze passate.

Esco di nuovo all'aria aperta e mi siedo sulla panchina destinata al riposo dell'eterno viaggiatore.

Dopo un attento esame dell'orologio e una riflessione sulla fama delle ferrovie, decido che ho tutto il tempo di fumarmi una sigaretta. Il fumo azzurrognolo sale lento e disegna curve sulla sua scia.

Vedo uscire dal sottopassaggio una signora con due borsoni, avrà 50 anni passati e una vita dietro a una scrivania ha lasciato i suoi segni. Si siede accanto a me, mi osserva e poi mi osa domandare: “e' già passato il treno?”. Vorrei risponderle che se fosse passato non sarei qua ad aspettarlo ma ci sarei sopra, comunque opto per qualcosa di più educato: “no, signora, arriverà a minuti”. Faccio appena in tempo a finire la frase che una campanella inizia a suonare e una voce registrata annuncia l'arrivo del treno.

Mi alzo e mi allontano, cercando così di salire su una carrozza diversa da quella della signora. Non e' che disdegno la compagnia, ma c'è sicuramente un limite a tutto.

I vagoni sono praticamente vuoti, mi siedo vicino al finestrino e mentre il treno riprende la sua marcia osservo il quartiere che inizia a risvegliarsi.

Alla stazione successiva si siede di fronte a me una suora che subito mi interroga: “ figliolo che sguardo perplesso” “ scusi sorella è che adesso dovrò iniziare a lavorare”.

Un' esplosione interrompe la discussione, la suora inizia a urlare, il treno inizia a frenare e io ne approfitto per piantare una pallottola nella testa dell' impaurita serva di dio.

“ Glielo avevo detto che dovevo iniziare a lavorare, niente di personale”.

Le rotaie devono essere state distrutte, ho tutto il tempo di cui ho bisogno per trovare il presidente della Sniper & co. prima che arrivino i soccorsi. Dovrebbe trovarsi nella carrozza dopo la mia.

Sfondo la porta, ma subito mi si para davanti una guardia del corpo, un bestione di due metri.

Gli esplodo un colpo addosso che gli stacca di netto un braccio, ne fuoriesce solo uno schizzetto di sangue. Maledetti esseri plastovinilici.

Mi viene sotto, mi colpisce e mi ritrovo in fondo all'altra carrozza, mi fa male la mascella.

Mi rialzo, l'NPC mi corre incontro con il braccio che gli sta ricrescendo.

Devo cambiare software e iniettarmi il Metrack, il download del file per il corpo a corpo e' rapido, ma la soluzione muta genica non entra in circolo abbastanza velocemente e il gorilla mi ristende con un gancio.

Sputo sangue.

Barcollo.

Cado.

Ogni parte del corpo inizia a bruciare, la droga inizia a fare effetto.

Mi strappo il braccio destro che subito si rigenera. Con la mia nuova appendice mi taglio l'altro, anche questa perde la sua umanità.

Dagli occhi dell'NPC ora traspare disperazione, non pensava di trovarsi davanti un Dragger.

Cerca di fuggire, ma la lama sulla mia destra lo raggiunge e gli fa saltare via le gambe, gli sono sopra e con la mano sinistra gli artiglio il cuore. Adesso non riuscirà a rigenerarsi tanto facilmente.

Il rumore ha richiamato le altre guardie del corpo, mi trovo davanti due esseri umani, che visto chi hanno di fronte fuggono disperati.

Tre proiettili nella schiena obbligano uno fermarsi per riprendere fiato, non mi piace infierire, di solito, ma per inseguire l'altro gli spappolo la testa.

Quando raggiungo il fuggitivo lo blocco con la mano grondante ancora materia grigia, è troppo terrorizzato per opporre resistenza, risponde senza problemi alle mie domande, così decido di non farlo soffrire ulteriormente, un solo proiettile nella nuca.

Mi lascio alle spalle il massacro che ho compiuto: un NPC, due esseri umani e una suora, per lei non prenderò un soldo, ma mi andava di farlo.

Rannicchiato in mezzo ai sedili trovo Gregory Mc Lowan, piange, trema e ride. La paura ogni tanto fa strani effetti.

Lo guardo con disprezzo perché odio le persone che chiedono perdono, che non sanno morire con orgoglio.

Non ho la più pallida idea di cosa abbia fatto per essere stato condannato a morte, non faccio mai domande di questo genere, ma vedendolo penso che avrà sicuramente compiuto atti viscidi e schifosi.

Gli strappo gli occhi e la lingua, urla disperato, non ride più.

Gli taglio le braccia e le gambe, forse ho esagerato perché mi muore sul colpo.

Torno al mio posto e mi cambio i vestiti, l'effetto del Metrack finisce e torno normale.

Scendo dal treno e mi dirigo verso casa, avevo promesso a mia figlia di andarla a prendere a scuola.


mercoledì 6 gennaio 2010

Ciloom

Può succedere che a causa della pioggia le cartine di riserva, quelle messe in un cantone sicuro, si bagnino.

Può succedere che le cartine sparse per casa, a causa dell'umidità, si ritrovino inutilizzabili.

Può succedere, quindi, di ritrovarsi senza cartine, presi dallo sconforto di non potersi fumare tranquillamente una sigaretta.

Che fare? Come poter affrontare una simile calamità? Si sarà obbligati ad uscire nel gelido freddo invernale per andare in tabacchino ad acquistarne?

No, fortunatamente no, infatti in un angolino oscuro e pieno di polvere, ecco apparire la salvezza: un ciloom. Era da parecchio tempo che non lo usavo e nonostante l'abbia ignorato, lui arriva nel momento del bisogno.

Così, fumando, mi appresto a leggere un brano dello scribacchino chirghiso, dell'intramontabile poeta del nulla, del nomade delle lettere: Aligolok Barganov.

Questo brano si ritrova collocato nell'ultimissimo periodo, quello nel quale l'oramai novantenne pennaiolo non riusciva quasi più ad articolare verbo, ovvero quello detto “ ermetico”.

Dettami dotti datteri duttili


sabato 26 dicembre 2009

Test IV "Bruciato"

Dopo faticose ore di salita estenuante, finalmente, arrivarono in cima al colle.

Si fermarono a contemplare il paesaggio che si stendeva verso l'orizzonte ai loro piedi: un immensa pianura di sabbia dove l'unico colore che regnava era un piatto grigio. Nulla era rimasto di vivo, nulla era rimasto di ciò che prima popolava l'immensa area, nulla era rimasto a testimonianza di una precedente civiltà, l'unica cosa che si poteva vedere era terra bruciata per centinaia di chilometri.

Le due figure ammantate che si stagliavano all'imbocco della valle si domandavano cosa potesse mai essere successo alla verde pianura brulicante di vita, cosa potesse mai aver spazzato via tutto senza lasciare neanche un superstite, cosa potesse mai aver distrutto ogni cosa senza un minimo di pietà.

Allora il secondo si rivolse verso il primo e lentamente disse:” Forse sarebbe meglio se tornassimo a casa.” Si girò e si incamminò, il primo lo seguì.


martedì 15 dicembre 2009

Paese Che Vai Usanze Che Trovi

Il week end passato ho deciso di passare una serata di sesso, droga, alcol e rock, così sono andato a Pavia. Come era auspicabile, l'unica cosa che è stata presente è stato l'alcol, ma questa è un'altra storia.

Sabato sera arrivo alla metà prefissata e parcheggio la macchina in un luogo reputato da altri automobilisti adeguato, ma, ahimè, non è stata dello stesso avviso la dura legge pavese, infatti la domenica pomeriggio, arrivata l'ora del rientro sui monti, la mia auto non c'era più.

Il primo pensiero affiorata alla mia mente, ancora offuscata dai fumi dell'alcol, è stato che, forse, l'avevo lasciata in altro loco, ma amici menagrami, o forse solo più sensati, hanno confermato ciò che io cercavo di ignorare: la macchina era stata rimossa dai tutori della legge.

Sembra che le forze dell'ordine pavesi non apprezzino le macchine parcheggiate sui marciapiedi, anche se a me è parsa esagerata come replica al mio gesto: non intralciavo il traffico, sul marciapiede ci passava una comitiva di bergamaschi in gita, quindi portarla via col carro attrezzi mi è sembrato un po' estremo.

Resta il fatto che per recuperare l'auto non sono andato a lavorare lunedì e ho dovuto sborsare 77 € al carrozziere che l'aveva presa e 78 € al comune di Pavia. Poi dicono che l'economia non gira.


Anniversari

Dico solo che oggi, nel 1969, moriva Giuseppe Pinelli, “un anarchico distratto caduto giù da una finestra”.


sabato 5 dicembre 2009

Michel

Vi siete mai domandati perché i coccodrilli piangono? Vi siete mai chiesti perché le giraffe hanno il collo lungo? Avete mai riflettuto sul perché le iene ridano? E sul perché gli ornitorinchi siano fatti così?

Adesso non prendete enciclopedie varie, non cercate su internet e soprattutto non disturbate il vicino che ha studiato scienze naturali. Per favore, posate il telefono, non potete chiamare Giorgio Celli, non disturbatelo.

Chiedetelo a Michel.

Io ho fatto così. Gli ho fatto quelle domande e lui mi ha risposto. “Sono contento” iniziò a spiegarmi tranquillo con la sua voce pacata “che non hai disturbato Giorgio Celli, ha una vita piena d’impegni. Risponderò io alle tue domande.

Una volta l’ornitorinco assomigliava tantissimo al castoro, aveva lo stesso muso e la stessa coda, in più i due erano anche vicini di casa.

Il postino si sbagliava sempre, consegnava la posta del castoro all’ornitorinco e viceversa, gli amici invitati a cena o alle feste sbagliavano sempre casa e si creavano sempre situazioni imbarazzanti e spiacevoli.

L’ornitorinco, stufo degli equivoci, decise di farsi un’operazione chirurgica al muso. Un suo amico papero gli consigliò di andare dal Dr. Keller che era un chirurgo tedesco di fama mondiale e che con il becco di sua cugina aveva fatto un lavoro stupendo, quasi un’opera d’arte. Quello che aveva omesso il papero era la specializzazione del medico, così l’ornitorinco si ritrovò con un becco, ma fu contento perché gli donava moltissimo.

Organizzò allora una gran festa, furono invitati tutti, tranne i coccodrilli. Si dimenticano sempre tutti di chiamarli. Nessuno li invita mai a cena, nessuno li invita nemmeno a bere un caffè, quindi i coccodrilli sono sempre tristi e soli ed è per questo che piangono, non hanno molti amici.

Invece alla festa c’erano le giraffe che grazie al collo lungo riuscirono ad ammirare il nuovo becco dell’ornitorinco. Erano state obbligate a farselo crescere, perché quando andavano al cinema erano sempre dietro agli elefanti, così non vedevano il film.

Agli elefanti piace molto andare al cinema e ce ne sono a tutti gli spettacoli almeno quattro o cinque, si siedono in prima fila per vedere meglio lo schermo, sono molto critici e hanno stroncato la carriera a più di un regista.

Alle iene, invece, piacciono i film comici e le barzellette, però non sono molto sveglie allora capiscono le scene o le battute dopo ore, alcune dopo giorni, così ridono senza un motivo valido e quando iniziano non riescono a smettere.”

Vi vedo perplessi, sapete chi è Michel?

Non lo sapete, come direbbe lui: “Che cosa avete imparato a scuola, solo che le tartarughe camminano piano perché non hanno fretta di tornare a casa?”

Non cercate di ricordare qual è il nome del vostro vicino o il secondo nome di Giorgio Celli, potrebbero anche essere Michel, ma non è di loro che sto parlando.

Tutti l’avrete sicuramente incontrato, però, presi dai vostri impegni, dai vostri problemi o dalla vostra fretta, non l’avrete considerato.

Lui era sull’autobus che sorrideva, mentre raccontava una storia ad un bambino, era al parco che rideva, mentre giocava a guardie e ladri con i più piccoli ed era seduto felice su una panchina, mentre disegnava o scriveva. Avrete letto un suo libro o visto una sua mostra o un suo film, ma non sapevate che era suo. Avrà anche cercato di parlarvi, ma gli avete voltato le spalle deridendolo e, infine, avrà rinunciato ad aiutarvi nascondendosi in un angolo buio.

Non vi sto dicendo di non preoccuparvi della vostra vita, di non organizzarla o di non programmarla, ma vi sto solo consigliando di lasciare stare qualche volta la ragione e di fermarvi a parlare con Michel e di sfogare la vostra fantasia rendendola libera come quando eravate bambini, allora tornerete a sorridere come lui.

Lui ve ne sarà grato e non dovrà più temere di essere ucciso dal vostro raziocinio e dalla vostra frenesia.

Io vi ringrazio, in anticipo, per tutte le volte che lo saluterete, perché in fondo ad ognuno di noi vive un Michel.


sabato 14 novembre 2009

Epifanie

Quanto tempo passa, quanto tempo è passato, alle volte il passato ritorna prepotente. Spalanca di forza l'ingresso del presente, sconvolge ogni cosa, e ti ritrovi a confondere ogni istante vissuto: sta accadendo o era accaduto, forse dovrà accadere. Confusione è tutto ciò che rimane da sistemare, il resto chissà dov'è.

Mi ricordo, ci ripenso e sorrido, la gelateria con il gelato più buono di Aosta che ora non c'è più, o meglio ha cambiato gestione. Ormai sono anni che ha chiuso, c'ero andato solo una volta lì a prendere il gelato . Chissà perché poi, non era nulla di importante alla fine, ma se ci ripenso mi spiace.

È strano, ma ora ho capito una cosa che mi avevano detto, già ho capito, succede che alcuni luoghi ti ricordino persone o eventi accaduti.