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lunedì 25 luglio 2011

Paranoia


Devo scappare, devo fuggire, devo trovare un posto sicuro dove nascondermi, se mai possa esistere un luogo del genere.

Dove posso andare, mi raggiungerà ovunque io sia, niente basterà a tenerlo lontano da me, nessuna distanza sarà abbastanza grande da separarci.

Vedo solo ghiaccio, solo un'immensa distesa bianca e fredda, niente dove ripararsi, cosa ne sarà di me, cosa ne sarà stato degli altri?

Non riesco più a correre, l'aria nei polmoni brucia e le gambe non riescono più a reggermi, forse, è anche colpa del peso che porto dentro, della colpa che mi devo assumere. Io sapevo cosa stavamo per fare, anche se non immaginavo che sarebbe successo per davvero. Mio dio cosa abbiamo fatto?

Non ho più speranza, non riesco più a muovermi, mi fermerò qui e mi assumerò le mie responsabilità e pagherò per i miei peccati. Ma come è potuto accadere? Tutto ci è scivolato di mano, è stato un attimo, tutto si è svolto troppo in fretta.

Non avrei mai dovuto dar ascolto a quel folle, io sono una persona razionale, come ho potuto farmi trascinare in questa pazzia,? Forse, pensavo fosse solo un gioco, una curiosa analisi del mondo, alla fine poteva sembrare un innocuo modo per vedere cosa ci fosse oltre a noi, esseri umani.

Mi sbagliavo, ho fatto il peggior errore della mia vita, come fa una persona ad essere così stupida, così imprudente, con certe cose non bisogna scherzare. È iniziato nel modo più innocente possibile, nessuno avrebbe immaginato che sarebbe degenerata a tal punto.

Inizialmente erano incontri in cui si discuteva filosoficamente sulla vita, sulla religione e sulla natura in genere che ci circonda, senza nessuna pretesa di azione, senza nessuna voglia di scoprire verità assolute, senza nessuna intenzione di intraprendere sentieri oscuri e sconosciuti, erano semplici elucubrazioni mentali. Che grosso errore stavo commettendo.

In seguito, quel pazzo, quell' uomo dalla natura perversa, acquistò e studiò volumi blasfemi scritti da mani incoscienti. Prese spunto dalle sue letture e cominciò a sperimentare le più orribili nefandezze, iniziò a teorizzare metodologie raccapriccianti e io lo seguii nei profondi meandri del proibito dove la luce non è più neanche un fioco bagliore e dove nessuno aveva più osato avventurarsi da eoni.

Avevamo, comunque, ottenuto dei risultati, le nostre ricerche malate ci avevano condotto ad osare verso l'altezza, verso le alte quote, così decidemmo che il principio di ciò che sarebbe dovuto essere il nostro sogno, sarebbe stato il rifugio Torino e avrebbe avuto come cornice, come unico testimone del nostro ardire la catena del Monte Bianco.

Quale pazzia mi ha spinto a salire su quella funivia? Eppure, alla stazione della Palud ho avuto modo di riflettere, di pentirmi della mia scelta, ma le parole del mio scellerato compagno mi avevano nuovamente ammaliato con promesse di eterna gloria, come se a lui importasse la vita di due miseri esseri umani, che stupido e ingenuo sono stato.

Abbiamo passato la giornata a raggirare il gestore del rifugio, abbiamo ingannato la guida alpina che ci ha portato a vedere il Ghiacciaio del Gigante indicandoci le punte, come se fossimo semplici turisti, abbiamo preso in giro gli altri avventori mostrandoci loquaci. Quanta falsità e ipocrisia c'era nei nostri racconti e nelle nostre parole, nessuno immaginava la follia dei nostri gesti futuri.

Si sta avvicinando, lo sento, percepisco tutta la sua empia e blasfema follia, però non lo vedo, dove sarà? Non sono al sicuro, dovunque andrò mi troverà, non riuscirò mai a scappare a sufficienza, sono condannato. Sta avvenendo quello che è avvenuto nel rifugio, quella cacofonia di suoni sempre più forti e quel sordo cupo rombo sono sempre più forti, sta arrivando la fine.

Perché non ho fermato quello squallido individuo quando ho potuto, perché ho lasciato che portasse a compimento quell' atto scellerato e immondo, perché ho avuto così paura di quello sguardo, di quegli occhi malvagi?

Sono restato a guardare mentre il tributo di sangue veniva offerto a... quel nome, quel ignobile nome, non riesco neanche a pronunciarlo, solo pensarlo evoca crudeltà inimmaginabili e terrori sepolti nella vastità del tempo, non riesco a sopportare visioni tanto distruttive.

Davanti ai miei occhi è stata compiuta una carneficina di vite innocenti maciullate nei corpi e stuprate nelle anime senza che potessi far nulla, se non fuggire. Poi ci sono state quelle grida, quelle urla, quelle parole irripetibili come primo saluto a quel abominio.

Come ho potuto permettere che tutto ciò avvenisse? Come ho potuto essere così stupido e sprovveduto? Perché non ho fatto nulla per fermare questo scempio? Chi mai potrà fermare le forze che abbiamo scatenato?

Ora riesco a vederlo in tutto il suo orrore, ogni sua singola cellula emana ribrezzo, resta solo una caricatura bestiale di quello che poteva essere un uomo. Si avvicina velocemente e io non ho più forza per scappare, ma non lascerò prendersi anche la mia vita senza resistere, devo provare a fermarlo per espiare le mie colpe e i miei errori.

La fine di tutto è arrivata.


mercoledì 4 maggio 2011

Confessioni


Lo andai a trovare in ospedale, avevo ricevuto la notizia del suo ricovero un paio di giorni prima, ma non avevo ancora trovato il coraggio di andarci. Il nonno aveva settantaquattro anni e stavo temendo per il peggio, la nonna mi aveva accennato ad un ulcera o, forse, un tumore allo stomaco, non aveva capito bene, era confusa e preoccupata.

Il sole, fuori, era tramontato quando mi affacciai sullo stipite della porta della sua camera. La stanza era illuminata da un neon al centro del soffitto, una luce fredda, incolore e pallida che rendeva ancora più smorto quel corpo adagiato sul letto, un fioco ricordo della forza che aveva avuto una volta. L'abbronzatura, le larghe spalle e le braccia robuste, ottenuti col lavoro all'aria aperta, il ventre prominente e il sorriso, dovuti alle serate bevendo vino con gli amici e gli occhi chiari, orgogliosi e vispi, conseguenza di una vita portata avanti secondo principi appresi sulla propria pelle, erano svaniti, erano stati sostituiti da un involucro scheletrico, costretto all'immobilità di un letto.

Quando mi vide gli si inumidirono gli occhi, aveva uno sguardo misto tra gioia e dolore, abbassai la testa, non riuscii a sostenerlo, non restava nulla dell'uomo che avevo ammirato, nemmeno l'ombra della persona che era stata un tempo.

Lo salutai avvicinandomi al letto e il nonno biascicò un sussurro: “Ti ricordi quando andavamo a Punta Helbronner?”.

Si me lo ricordavo.

Ogni anno il sedici giugno il nonno mi portava lassù. Arrivavamo alla stazione de La Palud sempre mezz'oretta prima dell'apertura della biglietteria, eravamo i primi a salire sulla cabina della funivia. Arrivati in cima andavamo al rifugio Torino a fare colazione, bevevo sempre un bicchiere di latte caldo, perché, anche d'estate, faceva freddo.

Andavamo lassù, tra le cime più alte delle Alpi, immersi in quella cornice di rocce, neve e ghiacci, per portare i fiori sulla targa che commemorava i caduti durante la costruzione della Liaison, la tratta che collega Punta Helbronner a l'Aguille du Midi. Il nonno e suo fratello avevano lavorato alla posa dei cavi, quando erano giovani, ma, soltanto uno, era tornato a casa ed era invecchiato, l'altro era rimasto lassù a riposare dove tutto resta in eterno.

Il giorno in cui il mio prozio morì, i due fratelli si trovavano sul Gros Rognon, dovevano fissare le tesate per il pilone aereo, l'unica soluzione possibile per coprire i tremila e trecento metri di campata sul ghiacciaio. Accadde li ,tra quei luoghi tanto maestosi quanto ostili, l'incidente che portò il nonno a perdere suo fratello, una fatalità, una caduta e una corda di canapa troppo usurata, decretarono lo spegnimento dell'ennesimo giovane alpinista.

Sorrisi ripensando alle belle giornate passate dove una volta soltanto pochi arditi avevano la fortuna di arrivare, ma non venne ricambiato, il vecchio volto di mio nonno si scurì, iniziò a piangere e a urlare: “ Sono stato io, sono stato io...”

Non capivo cosa stesse succedendo e non riuscivo a tranquillizzarlo, era come impazzito, decisi di andare a chiamare un'infermiera, ma una debole mano mi cinse il polso e mi bloccò. “Sono stato io a ucciderlo” uscì tra i singhiozzi.

Pianse a lungo, continuò finché non si stancò troppo e col viso arrossato dalle lacrime si addormentò. Restai a guardarlo dormire, non riuscivo a credere a quello che mi aveva detto, rimasi incredulo.

Quando uscii dall'ospedale il sole stava sorgendo, ma non avevo sonno, ero sconvolto, continuavo a pensare alla confessione del nonno, non sarei più riuscito a vederlo come prima se non avessi chiarito la faccenda.

Andai a trovare la nonna, dovevo sapere se conoscesse qualcosa di quello che era accaduto ad alta quota. Si stupì di vedermi a quell'ora del mattino e si stupì ancora di più quando le raccontai quello che era successo la sera prima, non volle credermi, ma iniziò a raccontarmi la storia della casa dove ci trovavamo, della cucina dove eravamo seduti.

Era stata costruita nel millenovecentotrenta dal padre di mio nonno, il mio bisnonno, pietra su pietra, col sudore della sua fronte, dopo essere arrivato in Valle d'Aosta fuggito dalla fame e dalla povertà del suo paese. Era l'unica cosa che possedessero durante la guerra e l'unica cosa che gli restasse dopo, ma nel millenovecentocinquantasette la perdettero.

Il fratello del nonno l'aveva impegnata per ottenere un prestito da uno strozzino, aveva dei debiti di gioco che non riusciva a pagare. Arrivato il giorno di restituire i soldi all'usuraio questo non si fece trovare, il denaro non venne consegnato alla data stabilita quindi non fu rispettato il patto e il presta soldi venne in possesso della casa legalmente, come pattuito dal contratto.

Il bisnonno si vide portare via la sola cosa che fosse riuscito a costruire, il frutto di anni di lavoro e sacrifici, senza poter far nulla per evitarlo. Non lo sopportò, non riuscì a trovare un senso all'esproprio, non ebbe il coraggio di ricominciare, fu trovato impiccato il quindici giugno in cucina, appeso al trave che anni addietro aveva piallato prima di posarlo sul muro portante. Non lasciò scritto niente, nessuna parola, lasciò solo uno sguardo perso nel vuoto.

Il nonno ne rientrò in possesso vent'anni dopo, fece di tutto per riacquistarla, era ossessionato dal fatto di doverla riavere, di onorare la memoria di suo padre e della sua opera. Non poteva sopportare che qualcun altro vivesse nella casa costruita dalle mani che avevano creato anche lui, nella casa dove aveva passato la sua infanzia, nella casa dove aveva passato dei momenti felici.

La nonna, però, non sapeva nulla di quel fatidico giorno sulla cima delle Alpi, non sapeva nulla di quello che era successo tra i due fratelli.

Il nonno morì due settimane dopo e io non ebbi mai il coraggio di chiedergli di raccontarmi quello che successe, non volevo farlo soffrire riportandolo a quei giorni e alla fine non volevo, neanche, credere che fosse stato in grado di compiere un atto tanto crudele. Continuo a domandarmelo, ma non otterrò mai una risposta, potrò solo fare delle supposizioni.


sabato 27 marzo 2010

Buio

Buio.

Dolore.

Sto sognando.

No, sono sveglio.

Dove sto andando, ma quella è mia sorella?

Ah la casa di mia nonna in campagna.

No, il demone del viaggio... lasciami stare, non voglio partire, sto bene qui. Vattene, ti schiaccio la testa, bastardo non ti riesco a prendere.

Hanno suonato alla porta.

Buio.

Perché.

Cosa c'è.

Hey feb mi ordini una birra, no non ho voglia di andare a Parigi... perché non stiamo qui?

Cazzo ancora quel gatto che mi entra in casa, no Ska piantala di corrergli dietro.

Potrei avere un bicchiere d'acqua ho la gola secca, me ne dai un altro, continuo ad avere sete.

Buio.

Chi sei?

Dove sono?

Il bosco delle fate, che figata che è, proprio bello. Ma dove mi stai portando?

Sangue per il dio del sangue, nostro signore Korne. Ti mangerò il cuore figlio di troia.

Ciao come va, stai bene... ma dove sei finita non ci sei più, dove sei? Torna ti prego.

Il treno va, va, chissà quando mai si fermerà.

Buio.

Dolore.

Mal di testa.

Hey, hey, dai dai, una sega qui, non mi sembra il caso, ma se insisti, vai tranquilla.

Il genio della lampada, quattro addirittura, no uno è Pippo.

Buona la frutta, dove l'hai presa, è grossa. Nonna non mi fai più la macedonia?

Secondo me le perifrastiche passive non hanno senso, ti sembra che si possano utilizzare in una frase, ma se so a malapena usare l'indicativo presente.

Buio.

Perché?

C'è qualcuno?

Non vedo perché non dovrei staccarle la testa con un colpo netto, non sono mai stato insultato così in malo modo, mi pare ovvio che la precedenza è mia, non comprendo su quali basi si fondino le sue opinioni.

Le galline mi fanno paura, mi sembrano un po' grosse.

Buio.

Fa freddo.

Dove sono?

Mi spieghi perché ti ostini a bruciare larice? Lo sai che la resina sporca il camino, devi pulirlo ogni 3 mesi, poi non lamentarti se ti prende fuoco, mi sembra il minimo che possa accadere.

Cazzo, “ Under the bridge “, non so “ Wish you were here “, “ One “ forse, devo pisciare, non ci riesco, non ci riesco.




Simone si svegliò, stava sudando.

Incominciò a guardarsi attorno, il buio era l'unica cosa che si vedeva.

La vista piano, piano iniziò ad abituarsi alla mancanza di luce. Non riconobbe il luogo in cui si trovava, ogni sagoma e ogni ombra che iniziavano a delinearsi non gli appartenevano.

Un terrore iniziò a insinuarsi nelle viscere, doveva andare in bagno.

Cercò di alzarsi.

Provò a muovere un braccio, una mano.

Non ci riusciva.

Mille dubbi torturarono la sua mente, cosa stava succedendo, cosa cazzo stava succedendo.

Ora, davvero era terrorizzato, aveva paura.

Un sorriso brillò nell'oscurità e un ombra iniziò ad avvicinarsi.

'' Ora ti mostrerò qual è il vero dolore.''

Furono le ultime parole che udì.


sabato 16 gennaio 2010

Per La Serie "Siamo Malvagi"

Morte

Un' immensa pianura si stagliava ai piedi della collina su cui mi trovavo. Era schierato un esercito che avrà contato centomila unità e di fronte ad esso c'era un solo uomo. Solo silenzio si poteva udire. Il vento scompigliava i capelli di quel uomo solitario, vestito di un armatura vermiglia. Passarono ore prima che si potesse percepire il minimo movimento, tutto era immobile, le gocce di sudore sui visi dei soldati brillavano al sole e l'odore della paura si sentiva a chilometri di distanza.

Un urlo inumano, che sembrava venuto dalle profondità degli abissi, che pareva uscito dalla gola della creatura più immonda mai immaginata da essere umano, che risultava insopportabile e insostenibile per ogni orecchio, ruppe il silenzio e l'uomo solitario brandendo la sua ascia iniziò a correre verso il suo nemico. L'esercito restò immobile terrorizzato da una tale furia, aspettando di incassare la carica di quell'animale impazzito.

Una cacofonia di rumori metallici e urla di dolore regnava ora in tutta la valle. L'armatura rossa si scorgeva in mezzo all'esercito e dietro al suo passaggio restava solo una moltitudine di cadaveri smembrati, niente si muoveva più.

Ero rimasto rapito dal massacro a cui stavo assistendo e il tempo sembrò passare rapidamente come se fosse successo tutto in un attimo: terminato lo scontro l'unico ad essere rimasto in piedi fu il cavaliere solitario. Ora era di nuovo immobile con lo sguardo fisso verso l'orizzonte, resto così per alcuni minuti, poi si incamminò senza voltarsi, come se non fosse accaduto nulla.

Alla vista di una tale carneficina capì che non aveva solo maciullato i loro corpi ma aveva anche stuprato le loro anime.


giovedì 7 gennaio 2010

Metrack

Il sole sta incominciando a sorgere.

I primi raggi superano la coltre di nebbia e il cielo inizia a colorarsi di azzurro. Tutto ciò che mi circonda inizia a diventare di un colore acceso.

I rumori sono ovattati, ovunque regna il silenzio. Il suono dei miei passi si disperde nel quartiere ancora addormentato.

Solo i netturbini sono già all'opera, il loro riposo arriverà più tardi.

Sono le 5, il treno arriverà alle 5 e 15.

Mi avvicino alla biglietteria automatica: silenziosa inghiotte i miei soldi e tra mille suoni meccanici espelle il suo biglietto. Oblitero il prodotto della meraviglia della tecnologia e mi avvio verso il sottopassaggio.

Questo luogo, perennemente illuminato con luce artificiale, porta sulle sue pareti testimonianze di migliaia di persone: alcune sono volgarità, altre sono opere d'arte. Ci sono messaggi d'amore e semplici ricordi di vacanze passate.

Esco di nuovo all'aria aperta e mi siedo sulla panchina destinata al riposo dell'eterno viaggiatore.

Dopo un attento esame dell'orologio e una riflessione sulla fama delle ferrovie, decido che ho tutto il tempo di fumarmi una sigaretta. Il fumo azzurrognolo sale lento e disegna curve sulla sua scia.

Vedo uscire dal sottopassaggio una signora con due borsoni, avrà 50 anni passati e una vita dietro a una scrivania ha lasciato i suoi segni. Si siede accanto a me, mi osserva e poi mi osa domandare: “e' già passato il treno?”. Vorrei risponderle che se fosse passato non sarei qua ad aspettarlo ma ci sarei sopra, comunque opto per qualcosa di più educato: “no, signora, arriverà a minuti”. Faccio appena in tempo a finire la frase che una campanella inizia a suonare e una voce registrata annuncia l'arrivo del treno.

Mi alzo e mi allontano, cercando così di salire su una carrozza diversa da quella della signora. Non e' che disdegno la compagnia, ma c'è sicuramente un limite a tutto.

I vagoni sono praticamente vuoti, mi siedo vicino al finestrino e mentre il treno riprende la sua marcia osservo il quartiere che inizia a risvegliarsi.

Alla stazione successiva si siede di fronte a me una suora che subito mi interroga: “ figliolo che sguardo perplesso” “ scusi sorella è che adesso dovrò iniziare a lavorare”.

Un' esplosione interrompe la discussione, la suora inizia a urlare, il treno inizia a frenare e io ne approfitto per piantare una pallottola nella testa dell' impaurita serva di dio.

“ Glielo avevo detto che dovevo iniziare a lavorare, niente di personale”.

Le rotaie devono essere state distrutte, ho tutto il tempo di cui ho bisogno per trovare il presidente della Sniper & co. prima che arrivino i soccorsi. Dovrebbe trovarsi nella carrozza dopo la mia.

Sfondo la porta, ma subito mi si para davanti una guardia del corpo, un bestione di due metri.

Gli esplodo un colpo addosso che gli stacca di netto un braccio, ne fuoriesce solo uno schizzetto di sangue. Maledetti esseri plastovinilici.

Mi viene sotto, mi colpisce e mi ritrovo in fondo all'altra carrozza, mi fa male la mascella.

Mi rialzo, l'NPC mi corre incontro con il braccio che gli sta ricrescendo.

Devo cambiare software e iniettarmi il Metrack, il download del file per il corpo a corpo e' rapido, ma la soluzione muta genica non entra in circolo abbastanza velocemente e il gorilla mi ristende con un gancio.

Sputo sangue.

Barcollo.

Cado.

Ogni parte del corpo inizia a bruciare, la droga inizia a fare effetto.

Mi strappo il braccio destro che subito si rigenera. Con la mia nuova appendice mi taglio l'altro, anche questa perde la sua umanità.

Dagli occhi dell'NPC ora traspare disperazione, non pensava di trovarsi davanti un Dragger.

Cerca di fuggire, ma la lama sulla mia destra lo raggiunge e gli fa saltare via le gambe, gli sono sopra e con la mano sinistra gli artiglio il cuore. Adesso non riuscirà a rigenerarsi tanto facilmente.

Il rumore ha richiamato le altre guardie del corpo, mi trovo davanti due esseri umani, che visto chi hanno di fronte fuggono disperati.

Tre proiettili nella schiena obbligano uno fermarsi per riprendere fiato, non mi piace infierire, di solito, ma per inseguire l'altro gli spappolo la testa.

Quando raggiungo il fuggitivo lo blocco con la mano grondante ancora materia grigia, è troppo terrorizzato per opporre resistenza, risponde senza problemi alle mie domande, così decido di non farlo soffrire ulteriormente, un solo proiettile nella nuca.

Mi lascio alle spalle il massacro che ho compiuto: un NPC, due esseri umani e una suora, per lei non prenderò un soldo, ma mi andava di farlo.

Rannicchiato in mezzo ai sedili trovo Gregory Mc Lowan, piange, trema e ride. La paura ogni tanto fa strani effetti.

Lo guardo con disprezzo perché odio le persone che chiedono perdono, che non sanno morire con orgoglio.

Non ho la più pallida idea di cosa abbia fatto per essere stato condannato a morte, non faccio mai domande di questo genere, ma vedendolo penso che avrà sicuramente compiuto atti viscidi e schifosi.

Gli strappo gli occhi e la lingua, urla disperato, non ride più.

Gli taglio le braccia e le gambe, forse ho esagerato perché mi muore sul colpo.

Torno al mio posto e mi cambio i vestiti, l'effetto del Metrack finisce e torno normale.

Scendo dal treno e mi dirigo verso casa, avevo promesso a mia figlia di andarla a prendere a scuola.


sabato 5 dicembre 2009

Michel

Vi siete mai domandati perché i coccodrilli piangono? Vi siete mai chiesti perché le giraffe hanno il collo lungo? Avete mai riflettuto sul perché le iene ridano? E sul perché gli ornitorinchi siano fatti così?

Adesso non prendete enciclopedie varie, non cercate su internet e soprattutto non disturbate il vicino che ha studiato scienze naturali. Per favore, posate il telefono, non potete chiamare Giorgio Celli, non disturbatelo.

Chiedetelo a Michel.

Io ho fatto così. Gli ho fatto quelle domande e lui mi ha risposto. “Sono contento” iniziò a spiegarmi tranquillo con la sua voce pacata “che non hai disturbato Giorgio Celli, ha una vita piena d’impegni. Risponderò io alle tue domande.

Una volta l’ornitorinco assomigliava tantissimo al castoro, aveva lo stesso muso e la stessa coda, in più i due erano anche vicini di casa.

Il postino si sbagliava sempre, consegnava la posta del castoro all’ornitorinco e viceversa, gli amici invitati a cena o alle feste sbagliavano sempre casa e si creavano sempre situazioni imbarazzanti e spiacevoli.

L’ornitorinco, stufo degli equivoci, decise di farsi un’operazione chirurgica al muso. Un suo amico papero gli consigliò di andare dal Dr. Keller che era un chirurgo tedesco di fama mondiale e che con il becco di sua cugina aveva fatto un lavoro stupendo, quasi un’opera d’arte. Quello che aveva omesso il papero era la specializzazione del medico, così l’ornitorinco si ritrovò con un becco, ma fu contento perché gli donava moltissimo.

Organizzò allora una gran festa, furono invitati tutti, tranne i coccodrilli. Si dimenticano sempre tutti di chiamarli. Nessuno li invita mai a cena, nessuno li invita nemmeno a bere un caffè, quindi i coccodrilli sono sempre tristi e soli ed è per questo che piangono, non hanno molti amici.

Invece alla festa c’erano le giraffe che grazie al collo lungo riuscirono ad ammirare il nuovo becco dell’ornitorinco. Erano state obbligate a farselo crescere, perché quando andavano al cinema erano sempre dietro agli elefanti, così non vedevano il film.

Agli elefanti piace molto andare al cinema e ce ne sono a tutti gli spettacoli almeno quattro o cinque, si siedono in prima fila per vedere meglio lo schermo, sono molto critici e hanno stroncato la carriera a più di un regista.

Alle iene, invece, piacciono i film comici e le barzellette, però non sono molto sveglie allora capiscono le scene o le battute dopo ore, alcune dopo giorni, così ridono senza un motivo valido e quando iniziano non riescono a smettere.”

Vi vedo perplessi, sapete chi è Michel?

Non lo sapete, come direbbe lui: “Che cosa avete imparato a scuola, solo che le tartarughe camminano piano perché non hanno fretta di tornare a casa?”

Non cercate di ricordare qual è il nome del vostro vicino o il secondo nome di Giorgio Celli, potrebbero anche essere Michel, ma non è di loro che sto parlando.

Tutti l’avrete sicuramente incontrato, però, presi dai vostri impegni, dai vostri problemi o dalla vostra fretta, non l’avrete considerato.

Lui era sull’autobus che sorrideva, mentre raccontava una storia ad un bambino, era al parco che rideva, mentre giocava a guardie e ladri con i più piccoli ed era seduto felice su una panchina, mentre disegnava o scriveva. Avrete letto un suo libro o visto una sua mostra o un suo film, ma non sapevate che era suo. Avrà anche cercato di parlarvi, ma gli avete voltato le spalle deridendolo e, infine, avrà rinunciato ad aiutarvi nascondendosi in un angolo buio.

Non vi sto dicendo di non preoccuparvi della vostra vita, di non organizzarla o di non programmarla, ma vi sto solo consigliando di lasciare stare qualche volta la ragione e di fermarvi a parlare con Michel e di sfogare la vostra fantasia rendendola libera come quando eravate bambini, allora tornerete a sorridere come lui.

Lui ve ne sarà grato e non dovrà più temere di essere ucciso dal vostro raziocinio e dalla vostra frenesia.

Io vi ringrazio, in anticipo, per tutte le volte che lo saluterete, perché in fondo ad ognuno di noi vive un Michel.


martedì 3 novembre 2009

Berserk

Gheldjun si fermò a guardare la spianata. Il nemico si era schierato più in basso rispetto al suo esercito, sembrava che la leggera pendenza avrebbe favorito i Wolsenfohn, il reggimento a cui apparteneva. Si compiacque con se stesso sia per il vantaggio che avevano sugli avversari, sia per la deduzione strategica che aveva appena constatato: in effetti, il suo comandante li aveva fatti fermare mezza giornata di cammino in anticipo per sfruttare questa posizione. Gheldjun stimava il Tenente Knocharthen per queste finezze tecniche e un giorno quando avesse fatto carriera avrebbe voluto assomigliare a quell’uomo.

L’ esercito avversario mostrava, a loro vantaggio, una maggiore versatilità sul campo, infatti, gli stendardi dei reggimenti erano molteplici e denotavano una quantità di squadre specializzate negli attacchi da lunghe distanze, quali arcieri e frombolieri, e in quelli veloci, quali cavalieri e lancieri a cavallo. Anche le truppe di fanti erano divise secondo le armi utilizzate: dagli alabardieri agli spadaccini e dai lancieri ai soldati armati di ascia. Tra i ranghi figuravano anche molti mercenari del sud di Botterden, caratterizzati dalle loro lame fini, ma capaci di decapitare con un colpo, e dalle loro armature dai colori vivaci, quasi un invito a ucciderli.

Per contro il loro esercito sembrava un’accozzaglia di disperati. La maggior parte erano fanti con le armi più disparate, quasi tutte erano ereditate dai padri o dai nonni (nel caso i primi non avessero mai fatto ritorno da guerre passate). Gli arcieri e i cavalieri erano assai pochi: i primi perché ai loro occhi, compresi quelli di Gheldjun, era poco onorevole combattere con un arco, i secondi perché rischiare di perdere un cavallo in battaglia era una disgrazia che pochi potevano permettersi.

Il giovane guerriero smise di osservare il campo di battaglia, nonostante le sue ambizioni c’era ancora chi si occupava al posto suo della strategia da effettuare, e si concentrò sui suoi compagni. A qualcuno tremavano le gambe, mentre altri sudavano nonostante il fresco mattutino, Gheldjun pensò che doveva essere il loro primo combattimento visto che i loro visi gli erano sconosciuti. Invece a lui ed ad altri uomini brillavano gli occhi: era la sete di sangue. Lui ormai era un veterano, anche se quella era la prima battaglia di così vaste proporzioni cui avesse mai partecipato, ma questo non lo preoccupò minimamente: dopotutto mille o diecimila uomini era la stessa cosa, non doveva ucciderli tutti lui.

Si ricordò la prima operazione cui aveva preso parte. Aveva appena completato l’anno di addestramento riservato alle reclute ed era stato distaccato in una divisione di pronto intervento, i razziatori. Questa parte dell’esercito si occupava di distruggere gli avamposti del regno di Frikraftes, loro eterno rivale, prima che si militarizzassero, quindi erano villaggi di contadini e allevatori in cerca di terre. Il loro compito era di uccidere i pochi soldati e gli uomini e di riportare in schiavitù donne e bambini. A Gheldjun quel compito parve un massacro insensato e senza gloria, se avesse voluto raggiungere il regno dei guerrieri morti, Dorfenheld, non avrebbe potuto uccidendo contadini, inoltre gli ricordava il suo villaggio, così si fece trasferire nei ranghi dei Wolsenfhon.

Questo pensiero lo riportò al giorno della sua partenza da casa, per la coscrizione obbligatoria, cinque anni fa. Era il giorno del suo sedicesimo compleanno e un araldo del Re gli aveva consegnato la lettera in cui si dava notizia che aveva dieci giorni per recarsi a Westaidt, la capitale del suo regno, per portare servizio alla sua patria. Doveva partire subito perché il viaggio dal nord era lungo e i dieci giorni gli servivano tutti. Preparò in fretta i suoi bagagli. Suo padre lo chiamò in disparte e gli consegnò le sue armi che prima erano state di suo padre e prima ancora del padre di suo padre. Erano un’ascia e uno scudo, non avevano molti ornamenti, erano incise solo le rune della forza e del coraggio, ma sembravano appena forgiate tanta era la cura con cui erano state conservate. Arrivò il momento di partire e la madre, il fratello e le due sorelle lo salutarono piangendo, il padre, con una strana luce negli occhi, gli disse: “Sarò fiero di te. Ci rivedremo nel Dorfenheld”. Quel giorno non capì suo padre, ma adesso lo comprendeva benissimo.

“Ti vedo pensieroso quest’oggi. Sei preoccupato per la battaglia o per aver messo incinta quella ragazza? Com’è che si chiama? Non me lo ricordo mai”. Le parole di Stassechen, suo amico e fratello di ascia, lo riportarono alla realtà. “Si chiama Defteu e non è incinta. Stavo pensando a casa mia. Fra una settimana ho una licenza di un mese e ci torno”. “Ci torni se non muori oggi. Comunque il Dorfenheld è già aperto a uno come te”.

Le loro parole furono interrotte dall’arrivo del loro diretto superiore. Il Capitano Walachten stava ispezionando le file della sua compagnia sorridendo ai nuovi arrivati e facendo cenni col capo ai veterani. In quel momento stava pensando che non avrebbe dovuto ricordare a nessuno di cercare di ritornare indietro vivo, vista la giovane età di ogni singolo soldato. Si fermò solo di fronte ai due amici e guardandoli malamente li minacciò: “Se anche questa volta dovrò formare delle squadre di ricerca, perché due idioti si sono messi a inseguire da soli il nemico in rotta, non esiterò a punirli!” “Non si preoccupi Capitano, Gheldjun tra una settimana ha una licenza, quindi non ci perderemo”. Appena ebbe finito di parlare, Stassechen fece l’occhiolino al compagno. Il Capitano si diede un colpo in fronte e allontanandosi disse: “State attenti, mi piacerebbe rivedervi vivi”.

L’attenzione di Gheldjun e di altri soldati fu attirata sulla spianata: il Comandante e un araldo dei nemici stavano attraversando il campo con una bandiera bianca, volevano parlamentare. Subito il Tenente Knocharthen e un suo araldo andarono loro incontro. S’incontrarono in fondo alla discesa e iniziarono a parlare animatamente. Il giovane soldato non riuscì a sentire quel che dicevano, ma capì che l’esito dell’accordo fu negativo, quando l’araldo fiancheggiò l’esercito dicendo di serrare i ranghi e tenersi pronti.

Passarono pochi minuti, ai soldati sembrò un’eternità, e il segnale fu dato. La carica iniziò. I fanti dei due schieramenti iniziarono a corrersi incontro.

Quando furono a tiro, Gheldjun e i suoi compagni furono bersagliati da un nugolo di frecce. Molti vennero uccisi, ma ciò non rallentò la loro folle corsa.

L’impatto fu tremendo. L’impavido soldato brandiva l’ascia con furia sovrumana, ogni suo colpo uccideva o menomava un avversario, ogni zona del suo corpo era imbrattata di sangue, ne sentiva il sapore dolciastro e l’odore acre attraverso le narici e le labbra, i suoi capelli erano diventati rossi.

Con un occhio teneva sotto controllo l’amico Stassechen nel caso fosse sopraffatto dai nemici, ma vide che anche lui se la stava cavando alla grande.

La fanteria nemica stava soccombendo, infatti, nonostante la varietà di armi e la presenza dei mercenari, era inferiore di numero e di forza fisica e di questo Gheldjun fu grato agli Dei.

Si accorsero tutti troppo tardi che la cavalleria stava cercando di chiuderli alle spalle. Quest’ultima iniziò a falciare i soldati come se stesse mietendo il grano. Il Tenente Knocharthen mandò avanti gli arcieri a danno dei cavalieri nemici.

La battaglia subì uno stallo, le forze in campo si eguagliavano e sarebbe stato un massacro per entrambe le parti.

Gheldjun cercò l’amico e lo vide, mentre veniva infilzato da un lanciere. Corse per aiutarlo, ma arrivò tardi, ormai Stassechen era caduto per terra. S’inginocchiò, prese l’amico per le spalle e lo alzò. Il moribondo incominciò a vomitare sangue, ma riuscì ancora a dire: “Ritorna a casa almeno tu. Hai una donna, falla felice”. Stassechen vide che gli occhi del fratello d’ascia non erano più umani, erano iniettati di sangue, e che il sorriso era stato sostituito da un ringhio, dai lati della bocca fuoriusciva della bava. Gheldjun, ormai impazzito, abbandonò l’amico gettandosi nella mischia, le ultime parole che udì dall’amico furono: “TORNA INDIETRO, SCAPPA!!!” La mente del giovane soldato era vuota, l’unico pensiero, che gli arrivava da una recondita parte del suo cervello, era una sete incontrollabile di sangue.

Ogni avversario ucciso veniva maciullato a colpi di ascia. Ad ogni morto Gheldjun ne mangiava il cuore e ne beveva il sangue. Sia i compagni sia i nemici fuggivano alla vista di quella bestia senza raziocinio che uccideva tutto ciò che incontrava. Pochi vollero affrontarlo; questi morirono.

L’esercito del regno di Frikraftes fu sconfitto e iniziò a fuggire. Il soldato impazzito li inseguì e né gli arcieri né gli alabardieri riuscirono a fermarlo. Tutti quelli che rimanevano indietro venivano massacrati da quell’unico soldato, finché, senza contare gli uomini a cavallo che furono più veloci, non restò un solo uomo intero.

Solo allora Gheldjun si fermò e iniziò a guardare ciò che aveva compiuto. Il suo sguardo cadde su un fiore che era tra i cadaveri ed era sporco di sangue. S’inginocchiò davanti ad esso e si rese conto di che pazzia fosse stata quella battaglia e di quante vite aveva inutilmente spezzato.

Lo raccolse e solo allora si rese conto di essere morto.

Non si fermò davanti ai sibili delle lance.

Non si fermò davanti ai dardi infuocati.

Non si fermò davanti alle spade insanguinate.

Ma finita la battaglia si fermò davanti ad un fiore e si accorse di essere morto.

Lui era un Berserk.

lunedì 12 ottobre 2009

Ricerca Inutile

Le fredde tempestose giornate delle Highlands scozzesi non sono minimamente paragonabili con il clima mite dell’Italia meridionale, ma i miei studi e le mie ricerche mi hanno spinto, dopo lunghi soggiorni nella repubblica Ceca, in Romania e in Germania, ad acquistare un antico maniero risalente al periodo medioevale nei pressi d’Inverness, dove in questo momento risiedo.

Queste lunghe peregrinazioni mi sono state rese possibili per via della prematura morte dei miei genitori e delle speculazioni sia edilizie sia commerciali, durante il boom economico italiano negli anni cinquanta, del mio compianto padre.

Grazie alla cospicua eredità e oculate manovre finanziarie riuscì a procurarmi un generoso vitalizio senza dover essere continuamente occupato nelle gestioni delle mie proprietà.

Purtroppo i miei viaggi a scopo scientifico mi hanno privato delle gioie della vita e il mio carattere riservato mi ha impedito di partecipare alla lascivia e alla mondanità che avrebbero riempito la mia giovinezza. Ormai, canuto e non più vigoroso, disprezzo il successo e il lusso e preferisco godermi i semplici piaceri che può portare lo scoppiettio delle braci.

Comprai il castello da un nobile inglese che conobbi a Praga, anche questo gentiluomo si trovava nella città per studiare le pratiche d’alcuni alchimisti vissuti nel settecento, ma entrambi rimanemmo delusi dalle conoscenze approssimative che riuscimmo ad apprendere.

Rincontrai lo studioso a Berlino, mentre cercavo un volume assai raro: il “Necronomicon” nella versione latina di Wormius. Egli, non solo mi promise di cedermi il tomo assieme ad altre rarità, ma mi propose di acquistare, per una ridicola somma, la sua residenza in Scozia. L’ inglesotto fu costretto a compiere quest’idiozia per colpa di alcuni debiti contratti al gioco d’azzardo e non sapendo come racimolare l’ingente cifra, per le sue misere possibilità, si rivolse a me conoscendo l’interesse per le scienze occulte che in passato ci aveva legato.

Mi ritrovai così a completare le mie ricerche nel desolato nord della Scozia.

Il maniero versava in pessime condizioni e fui obbligato ad immediati interventi di ristrutturazioni. Mi concentrai soprattutto sul restauro della biblioteca, situata in cima alla torre. Lo studio fu posto nel piano sottostante insieme alle mie stanze, mentre il resto della magione fu messo a disposizione della servitù e d’eventuali ospiti.


Lo scoppiettio della legna che arde nel caminetto assorbe completamente la mia attenzione e il cognac di ottima annata nel mio calice ammazza gli ultimi residui di lucidità.

Il mio io più profondo viene trasportato nel vortice del tempo, prima verso antiche civiltà, poi verso future popolazioni extraterrestri. Visito immense costruzioni monolitiche dove sono compiuti riti blasfemi, vedo creature dalle forme orrende e indescrivibili la cui sola vista potrebbe portare alla follia un uomo di sana e robusta costituzione o fibra.

Un improvviso tonfo sordo ridesta la mia attenzione.

Mi guardo attorno invano, poiché oggi, oltre a me, nel maniero non c’è nessuno, infatti, è il giorno libero della servitù.

Osservo fuori della finestra, ma la fitta nebbia mi impedisce di vedere oltre la ringhiera del balcone.

Decido di tornare a sedermi vicino al focolare per essere riabbracciato dal suo tepore, quando il mio sguardo cade su un tomo poggiato sul pavimento davanti alla mia amata libreria.

Mi accingo a raccoglierlo per ricollocarlo nella sua nicchia, ma, a una più attenta analisi della copertina, mi accorgo che quel volume non mi appartiene. Osservo attentamente gli scaffali ricchi di libri di ogni sorta e noto che non vi è spazio per quello caduto.

Un timore ancestrale mi attanaglia le viscere, non riesco ad avvicinare le mie mani a quel oggetto all’apparenza inanimato, una goccia di sudore freddo percorre la mia schiena. Centinaia di dilemmi trafiggono la mia mente come una freccia scagliata da un centauro. La curiosità sconfigge la paura e mi ritrovo il tomo tra le mani. Accarezzo la copertina, contemplo la rilegatura, assaporo l’odore stantio delle pagine.

È un’opera di splendida manifattura degna dei più bei lavori del miglior monaco amanuense.

Mi colpisce subito il titolo, impresso a fuoco nella pelle, “De Inutile Investigatione”, invece l’autore, scritto con la medesima tecnica, è “Messor”.

Il libro mi angoscia e sono riluttante ad aprirlo, ma una forza inconscia mi spinge a sfogliarlo.

Sono tutte pagine bianche, nulla vi è scritto. Lo richiudo.

Una voce interiore mi suggerisce di leggere l’ultima pagina, non riesco a resistere a quel impulso.

Lo scritto inizia con una squisita lettera miniata rappresentante la lotta tra un demonio e un angelo, in cui l’ignobile cornuto con un ghigno rivoltante sopraffa l’esile piumato.


Giunge, ormai infine,

Il tributo agognato,

L’ ora della tua fine.


A me verrà pagato

Ciò che mi è dovuto

Per aver tanto cercato


Quello che senza muto

Accordo, tu alfine

Hai davvero voluto.


Queste oscure parole mi lasciano perplesso, ma quelle a piè di pagina mi terrorizzano: “Vengo a prendermi la tua anima”.

Chi mai potrebbe scrivere parole tanto orribili?

Chi mai potrebbe odiarmi tanto da volere la mia vita?

Sono assalito da mille dubbi.

La stanza sembra ingrandirsi e diventare sempre più buia, i fulmini mi mostrano ombre dietro a ogni angolo.

L’ unico suono che riempie il silenzio è il mio respiro sempre più affannoso.

Thud thud. Sento un rumore di passi.

È assurdo, in casa non c’è nessun altro oltre a me.

I sinistri suoni aumentano d’intensità.

Che sia il mio aguzzino venuto per prendersi ciò che è suo di diritto?

Non è possibile, nulla può essersi risvegliato da abissi indicibili.

I passi si avvicinano, sono quasi alla porta.

Non mi avrà mai, l’unica mia salvezza è la finestra.


“Signore posso entrare, vista la giornata fredda sono rientrato prima e mi sono permesso di preparale un tè. Come mai la finestra è spalancata? Signore?”


martedì 8 settembre 2009

Presenze

Sono svegliato dal torpore del mio sonno da un brivido gelato che mi corre lungo la schiena, eppure il caldo stagionale, nonostante stia scemando, è ancora presente e la coperta, seppur leggera, avvolge il mio corpo. Mi rigiro pigramente nel letto per sistemarmi, manca ancora qualche ora all'alba, ma qualcosa attrae la mia attenzione, un rumore nel buio, un suono quasi impercettibile.

Inizio ad osservare la stanza e ad essere inquieto, sembra che attorno a me non ci sia nulla, ma ho la sensazione opprimente di non essere solo, come se qualcuno mi fosse accanto e mi stesse osservando. Non più tanto tranquillo, mi alzo dal letto e comincio ad osservarmi attentamente intorno e all'improvviso con la coda dell'occhio vedo un'ombra spostarsi e oltrepassare la porta aperta della camera.

Accendo la luce e mi accorgo di essere solo, sicuramente sarà stato un abbaglio dovuto al sonno, così decido di sdraiarmi nel letto, ma appena spenta nuovamente l'abat-jour un gelido soffio si posa sul mio viso. Terrorizzato mi precipito ad accendere qualsiasi lampada che c'è in casa.

Ora mi sento più tranquillo, sarà stato uno scherzo della luce che filtra dalla finestra del bagno, un innocuo gioco di ombre, si non può essere altro. Per calmare i nervi tesi e far ritornare il sonno vado in cucina per prepararmi una tisana.

Mentre bevo la calda bevanda, la lampadina della camera si brucia e intravedo qualcosa. Possibile che ci sia qualcuno nascosto nell'ombra? Anche la luce del bagno e quella dello studio si spengono. Cosa sta succedendo, chi c'è oltre la cortina di luce?

Soltanto il lampadario della cucina è ancora acceso e non so quanto durerà, l'alba è ancora lontana. Lascio questo resoconto perché si sappia cosa è successo, la lampadina ha sbalzi di tensione e c'è una presenza nel buio.


lunedì 11 maggio 2009

Un'Altra Favola

C'era una volta un piccolo ramarro che piangeva disperato nel bosco, urlava al mondo i suoi problemi e ad ogni parola detta gli scendeva una lacrima.

Un gufo, destato dal suo riposo, andò a cercare la causa di tanto rumore e trovato il ramarro angosciato, gli si avvicinò e disse: “Per quale motivo sei così abbattuto?”. Allora il ramarro iniziò a raccontargli tutte le sfortune che gli capitavano, tutte le sofferenze che doveva sopportare e tutte le miserie della sua vita.

Alla fine di questo sfogo, il gufo intristito gli chiese: “Ma come cerchi di superare tutto questo? Ma come cerchi di affrontare i tuoi problemi? Ma cosa fai per cercare di migliorarti?”. Allora il ramarro stupito rispose: “Io? Non faccio assolutamente nulla!”.

Il gufo, sentita la risposta, adirato, mangiò il ramarro e ingoiato il boccone disse: “Se uno si crea i problemi, poi non dovrebbe lamentarsi delle conseguenze”.

Questa era la favola della vita che fa schifo.


venerdì 24 aprile 2009

Una Favola

C'era una volta, molti, molti anni fa, in un pacifico villaggio tra le montagne un perfido stregone

che si divertiva ad allevare vitelli per poi farli combattere tra di loro all'ultimo sangue.


La casa dello stregone era un antro oscuro nel cui interno era custodito un tesoro rubato in passato al signore dei centauri.

Il figlio del precedente possessore dell'antico manufatto, l'arguto cavaliere, arrivato in età adulta, decise di recuperare il maltolto.


Fu così che un giorno di primavera decise di intraprendere l'impresa, si mise in cammino all'alba e nessuno lo vide partire.

Solo, lungo la strada, incontrò la fame, la sete, il freddo e il caldo, ma niente riuscì a spezzare la sua determinazione, niente riuscì a piegare la sua volontà e niente riuscì ad abbassare la sua autostima.

Superate le ardue difficoltà del percorso, infine, giunse alla sua agognata meta, l'antro oscuro, ma qui, ad un passo dalla fine, incontrò l'invasato dall'occhio rosso. Questa sfortunata creatura degli abissi era in cerca, come il cavaliere, del fantastico tesoro, ma, ahimè, l'invasato non poteva impossessarsene poiché possedeva solo il potere di livello B e non riusciva ad ottenere quello di livello A.

I loro sguardi si incrociarono, entrambi sostennero una lotta psicologica tremenda che durò trenta giorni e trenta notti. All'alba del trentunesimo giorno il barlume d'intelligenza del cavaliere superò i truci occhi rossi dell'invasato. Il vincitore, con disprezzo, abbandonò l'infelice essere al suo destino e proseguì la sua avventura.

Il centauro, entrato, infine, nell'antro, dopo aver superato una miriade di trappole mortali, incontrò il maligno mago. Si studiarono, si girarono intorno, si insultarono per settantacinque giorni e settantaquattro notti e, all'imbrunire, si resero, infine, conto che il tesoro era alquanto inutile, poiché gli mancavano una carrozzeria e due ruote.

Così si misero in società e, raccattando l'invasato che si disperava all'entrata dell'antro, decisero di aprire un chioschetto sulla riva del fiume e vissero tutti felici e contenti, tranne i vitelli che continuarono a dover combattere.

Questa è la favola della buonanotte.